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Archive for the ‘Geopolitica, economia, strategia e tecnica militare’ Category

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Negli ultimi mesi sono accadute cose più strane del previsto. Una serie di fughe di notizie hanno anticipato operazioni militari discutibili compiute in Siria dagli USA e dai paesi Alleati come il bombardamento di postazioni dell’esercito siriano a favore dell’ISIS (GR-1) e di posizioni dell’SDF che sono andate a favore dei “decapitatori moderati” (BBC-1) del Nour al-Din al-Zenki appartenti al Free Syrian Army (RT-1). L’elenco chiaramente non si esaurisce qui, basta googgolare un poco per avere una lista più esaustiva.

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Al momento del bombardamento di Hassajik (18 ottobre) che ha causato 6 morti era già da tempo in mano all’SDF (almeno dal 26 settembre) che non aveva ricevuto alcuna notifica dalle forze aeree del Belgio, né tantomeno alcuna richiesta di coordinazione.  Sorgente: edmaps.com

E’ interessante notare che la fuga di notizie abbia coinvolto diverse agenzie, ad esempio CIA e e Pentagono, rendendo altamente improbabile che le fughe di notizie fossero accidentali. Più verosimilmente, le fughe sono servite per preparare l’opinione pubblica. Ed è questo che ha messo in allarme il Ministero degli Esteri russo (GR-1) tanto da ipotizzare lo scenario di un attacco a sorpresa. Chiaramente l’attacco avrebbe coinvolto la base aerea russa di Khmeimim in Siria per tentare di recuperare il controllo dello spazio aereo Siriano. 

Forse dopo l’elezione di Donald Trump a 45° presidente degli Stati Uniti, le possibilità di utilizzare l’opzione militare calerà drasticamente, ma questa non è in conclitto col capire se dovendo scegliere l’opzione militare, questa avrebbe successo e quale ne sarebbe il costo.

A un’analisi anche superficiale risulta comunque chiaro che sarebbe stato altamente improbabile che tale azione “preventiva” potesse essere risolutiva per riottenere il controllo dello spazio aereo siriano perché la flotta Russa nel mediterraneo sarebbe stata comunque in grado di assicurare un livello assoluto di impenetrabilità e sicurezza. Tuttavia, è possibile che più di qualcuno nelle alte sfere della politica o del Pentagono non creda che la Federazione Russa sia effettivamente in grado di chiudere lo spazio aereo o che questa sia riluttante o esitante ad usare la forza (MOA-1). 

Supponiamo che per una serie di ragioni sociali e politiche, l’unica opzione accettabile per gli USA in caso di attacco “preventivo” in Siria fosse ottenibile solo senza subire perdite (in vite umane). In tale contesto, non vale la pena considerare azioni che non contemplino l’utilizzo di caccia “invisibili” (almeno nella prima fase) perché non potrebbe avere successo. La Federazione Russa possiede un numero ridondante di radar a corto, medio, lungo (e lunghissimo raggio) che, singolarmente presi possono solo rilevare minacce specifiche, ma usati in modo coordinato forniscono una precisione enorme e una altissima risoluzione. La distanza coperta da istallazioni in Siria arrivano fino all’Irak, ben 400 km almeno all’interno della Turchia e coprono ancora tutto il Mediterraneo orientale fin oltre Malta. A sud invece, coprono in pratica Libano, Giordania e Israele fino all’Egitto. Questo rende non solo impraticabile ma soprattutto impossibile utilizzare velivoli convenzionali per un’azione a sorpresa

Per cui c’è solo un ristretto numero di opizioni:

  1. Sulla carta, gli F-35 dovrebbero presentare profili di “bassa osservabilità” migliorati rispetto alle prestazioni dell’F-22 e sistemi di contromisure elettroniche più moderne. Almeno nominalmente gli F-35 dovrebbero fornire invisibilità ai sistemi di rilevazione radar e offrire la possibilità di lanciare missili aria-terra ad alto potenziale e precisione con possibilità di jamming avanzato delle comunicazioni. Di contro, esistono forti dubbi sull’operatività dell’aereo stesso in uno scenario di guerra reale e si comincia a mormorare da più di qualche anno che la sua invisibilità ai radar ad alte frequenze sia un mito (da addebbitare per lo più al ridotto spessore del composito). L’F-22 è l’unico velivolo “invisibile” d’attacco tuttora operativo a possedere una bassa osservabilità ed un sufficiente livello tecnologico di contromisure elettroniche che lo abilitano (almeno ancora in teoria) a portare a termine una missione di violazione “silente” dello spazio aereo nemico per lanciare da una distanza opportuna l’attacco alle infrastrutture di difesa antiaerea del nemico. Tuttavia non è nota la distanza a cui, ad esempio l’F-22 rimane invisibile e, soprattutto, se può arrivare a distanza efficace per inibire, ad esempio, le contromisure della difesa russa. Tuttavia, i sistemi S-300 ed S-400 una volta in operazione costituiscono un forte deterrente per ognuna delle forze d’attacco attualmente in servizio (WP-1). Non ultimo, durante lo sgancio/lancio e subito dopo, i velivoli tornerebbero visibili ai radar per circa 5-10 secondi che è abbastanza per lanciare le contromisure e tentare di abbatterli. C’è, quindi, anche un’alta probabilità che i velivoli vengano infine colpiti, qualunque sia l’esito della missione.
  2. Recentemente l’USAF (U.S. Air Force) ha utilizzano missili da crociera a bassa osservabilità rilasciati da bombardieri B-52 (TD-1) ma che correntemente possono essere operati anche da velivoli non-pilotati (UAVs), essi stessi a bassa osservabilità, che possono viaggiare in stormi e venire diversificati opportunamente con equipaggiamento sia da contromisure, sia da guerra elettronica.
  3. Se la flotta si trova poi a distanza operativa, esiste poi l’opzione di lanci dal mare purché una flotta nemica non sia troppo vicina e in grado di abbattere i missili lanciati.
  4. Esiste poi la reale possibilità da parte della Federazione Russa che i radar dei suoi sistemi oramai interconnessi siano in grado di rilevare ogni tipo di velivolo, di tracciarlo e, probabilisticamente, abbatterlo.

La “convergenza della tecnologia” non è una coincidenza

Allo stato attuale non si può essere completamente sicuri se i Russi abbiano tecnologicamente risolto il problema. Tuttavia alcuni aspetti ci danno dei suggerimenti.

Brevemente, i sistemi radar in uso alle forze aeree si dividono in attivi e passivi. Quelli passivi rilevano onde radio “ambientali” emesse o deviate dagli aviogetti. Quelle attive rilevano per lo più un segnale opportunamente “sagomato” emesso dal radar stesso che, incontrando il velivolo, viene riflesso indietro o deviato in altre direzioni. L’entità del segnale riemesso dal velivolo è grosso modo proporzionale alla superficie dello stesso e al materiale che lo ricopre. Nella scelta della frequenza del segnale radar, si tende ad adottare frequenze via via sempre più alte per aumentare la risoluzione della traccia del velivolo, ovvero si cerca di diminuire le dimensioni dei quadrati della “griglia” le tracce vengono ricostruite e mappate. La dimensione minima dei quadrati della griglia è proporzionale alla lunghezza d’onda del segnale rilevato che a sua volta è inversamente proporzionale alla frequenza adottata (λ=1/f). Tuttavia, più alte frequenze procurano griglie più fini ma si comportano male in atmosfera che degrada il segnale mentre vi si propaga.

Allo stato attuale della tecnologia, quelli che comunemente vengono indicati come velivoli invisibili sono in realtà velivoli a bassa osservabilità (o “low observability”) solo per tipologie specifiche di radar, ovvero quelli che lavorano alle frequenze più alte alle bande C, X, Ka e Ku (vedi estratto in figura o al link originalee che offrono una risoluzione centimetrica della posizione dei velivoli tracciati. Per sistemi radar operanti a tali frequenze sembrerebbe che le tracce lasciate dagli F-22, F-35 e B-2 sono in pratica nulle se si muovono lungo la linea di vista (la cosiddetta line-of-sight) del radar esponendo, quindi, solo la loro sezione frontale. Il tipo di materiale unitamente allo spessore adottato per il velivolo assorbono sostanzialmente i segnali radio incidenti sulle superfici del velivolo che, in parte lo deflettono comunque in direzioni in diverse direzioni e solo in minima parte nella direzione del radar nemico.

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Comparazione classificazione frequenze.

Vi sono diverse tipologie di missili impiegati dall’S-300v4 “Grumble” (la versione attuale) che lo dotano di una efficienza e potenza di tiro a corto e medio raggio in grado di rilevare qualche centinaio di velivoli, di tracciarne contemporaneamente circa un centinaio e di selezionare nell’ultima fase i 6 obiettivi da ingaggiare e abbattere. Ovvero, può ancora scegliere gli obiettivi migliori in una strategia in cui si debbano lanciare più missili contro un numero inizialmente imprecisato di obiettivi. Ognuna delle centrali radar può come minimo identificare anche 300 obiettivi, tracciarne almeno 100 ad una distanza che come minimo sembra essere intorno ai 300 km. La performance dell’S-300 sembra addirittura superiore ma qui cerchiamo di essere cauti. Una volta agganciato l’obiettivo, il missile ha una probabilità di colpire un velivolo al 90% e un altro missile al 70% (caratteristiche rilasciate). 

I sistemi antimissile russi si basano su una configurazione a strati sovrapposti di diversi stistemi d’arma con caratteristiche di risposta diverse. La risposta di questi sistemi è proporzionale al tipologia dell’attaccante. Motivo per cui, S-400, S-300 Pantsir-S1 e Buk-M3, insieme rappresentano il più sofisticato e diversificato dei sistemi integrati per costituire aree ad accesso negato (quelle che la NATO denomina anti-access/area-denial, o A2/AD). A questi possono essere affiancati sistemi che hanno caratteristiche miste, e già elencati in un articolo percedentePer gli strateghi del Pentagono, almeno ufficialmente, l’F-22 dovrebbe essere in grado di violare tali aree e neutralizzando i sistemi anti-missili più evoluti permetterebbero poi ai velivoli convenzionali come Boeing F/A-18E/F Super Hornet or Lockheed Martin F-16 Fighting Falcon di completare l’opera (NI-1).

E’ innegabile che la Russia ha avuto almeno 20 anni per carpire i segreti della rilevazione di velivoli a bassa osservabilità ed è possibile che sia realmente riusciata a risolvere l’arcano. Gli attuali sistemi di difesa russi si basano sull’integrazione dei dati provenienti da multiple tipologie di sensori e radar per rilevare eventuali velivoli. Quindi, con l’integrazione di rilevazioni da radar operanti in multi-frequenza bassa (VHF, UHF, L ed S), è possibile rilevare  eventuali velivoli e poi, con quelli ad alta frequenza tracciare le variazioni. Come si sottolinea in alcuni lavori, le alte frequenze forniscono più precisione nella rilevazione (come le bande C, X, e Ku) ma, senza integrazione dei dati, sicuramente falliscono con gli aerei a bassa osservabilità.

La rilevazione a bassa frequenza si basa su un effetto rilevato sperimentalmente. Quando la frequenza utilizzata da un ipotetico radar è nettamente più bassa di quella alla quale si vuole rendere il materiale composito “invisibile”,  compare (o almeno così è stato spiegato) una sorta di effetto di risonanza che tipicamente appare per gli aerei in cui lo spessore di una delle superfici impattanti sia equivalente a qualcosa meno di 8 volte la lunghezza d’onda corrispondente alla frequenza del radar. Alternativamente, ai velivoli deve essere fornito uno spessore di materiale  composito più cospicuo.

Attualmente il sistema radar dell’S-300 si basa sull’antenna 9s32 che è una antenna ad alta potenza ed apertura, coerente, che lavora in configurazione di multipli moduli di antenna in fase nella banda X. Ricostruisce la posizione di un oggetto osservato con risoluzione centimetrica e sfruttando poi effetti peculiari dei radar con antenne in fase migliora enormemente il rapporto segnale rumore e la capacità di rilevare multiple tipologie di aerei e profili utilizzando contemporaneamente diversi pattern di segnali radio. La cosa interessante e significativa è invece che l’S-400 usa un radar panoramico che arriva fino ad un range di 600 km (con protezione contro il jamming) che lavora solo in banda S. Si ricordi che il sistema missilistico S-400 era montato già quasi in solitaria dal 2015 nella base di Latakia, segno che il Ministero della Difesa Russo riteneva di potersi difendere agilmente anche solo con questo sistema. Tuttavia, sicuramente, il suo sistema radar era integrato con altri comunque presenti in loco per rilevare minacce più tradizionali. Infatti, il al largo della Siria già da tempo erano presenti diverse unità della Marina Russa con in dotazione l’equivalente navale dell’S-300 che a distanze inferiori ai 200 km poteva operare unitamente all’S-400 on-shore (per la rete dati e analisi). Adottando in solitaria un radar in banda S, la configurazione di fabbrica del sistema S-400 tradisce quindi la sicurezza dei Russi nel gestire le minacce “a bassa osservabilità”. A questo punto, il comunicato del Ministero della Difesa russo ci dice qualcosa di più quando afferma che “ha sconsigliato la coalizione a guida USA di portare a compimento bombardamenti sulle posizioni dell’esercito siriano, aggiungendo che numerosi sistemi di difesa S-300 e S-400 sono tuttora montati e operativi”. E suonano <<cristallite>> (alla Jack Nicholson in Codice D’onore) le parole del portavoce del ministero stesso, il generale Igor Konashenkov, quando dice che sul territorio ci sono ufficiali russi di liaison e che quindi “ogni missile o attacco aereo sul territorio controllato dal governo siriano rappresenteranno una chiara minaccia per gli ufficiali Russi” e che quindi per proteggere questi ufficiali “quasi sicuramente gli equipaggi dei sistemi di difesa aerea non avranno tempo di determinare istantaneamente l’esatto percorso di volo di missili e la proprietà delle testate. E allora, tutte le illusioni dei dilettanti riguardo l’esistenza di aerei ‘invisibili’ dovranno confrontarsi con una realtà deludente” (RT-1).

Di fatto, la Siria è oramai no-fly zone per la NATO. L’S-400 non sembrerebbe avere vulnerabilità a medio-lungo raggio perché, a quelle distanze, dovrebbe essere in grado di agganciare e abbattere velivoli virtualmente invisibili. Tuttavia presenta vulnerabilità a corto raggio (e forse e bassa quota data la frequenza utilizzata) che comunque sicuramente vengono compensate dai sistemi S-300 e Pantsir-1S che lo schermano in pratica da tutto quello che vola o può essere lanciato anche in prossimità delle basi. Il vantaggio di poter disporre di un sistema di difesa missilistico terra-aria stratificato offre il fianco tuttavia a ben definite limitazioni. Ad esempio, esiste la possibilità che tali sistemi soffrano di “colli di bottiglia”, come per esempio, la velocità di calcolo e la precisione di categorizzazione delle minacce che avviene organizzando un sensor fusion funzione delle risorse computazionali e dei dati da elaborare selezionando algoritmi primari e secondari da girare in un determinato lasso di tempo. Questo compete direttamente con la capacità di catalogazione delle minacce di cui sono in grado i sistemi di difesa stratificati (collaborativi) che se sbilanciata potrebbe portare a terminare una serie di contromisure (ad esempio per l’S-300 missili ti Tipo 2) lasciando il sistema “scoperto” abbastanza per far entrare una mosca che non sarebbe possibile colpire con il tradizionale cannone.

Entità delle probabili forze d’attacco e difesa

Gli Stati Uniti possiedono sicuramente una forza notevole nel quadrante ma nulla di paragonabile alle risorse richieste per un attacco frontale a un qualunque presidio della Federazione Russa in Siria o nel Mediterraneo Orientale. Possono venire rilocati solo una manciata di F-22 e missili a bassa osservabilità per l’eventuale prima fase dell’attacco. Poi la parola tornerebbe agli aerei e missili da crociera convenzionali che possiamo stimare entrambi in meno di 300-350 velivoli/missili (con dei caveat il numero salirebbe di un fattore 3 ma sarebbe una ipotesi da Terza Guerra mondiale che ci sentiamo di escludere al momento). Ipotizziamo anche la partecipazione degli alleati e di Israele a 1/4 delle sue forze aeree (la sua eccellenza in pratica).

Il sistema S-300 fu inizialmente fornito all’ex-Unione Sovietica circa 30 anni fa ma non bisogna fare l’errore di pensare che sia qualcosa di sorpassato. Qualche mese fa, la IAF (Israelian Air Force) ha svolto esercitazioni congiunte in Grecia dove un sistema S-300 sovietico d’esportazione (quindi depotenziato) è stato utilizzato per l’addestramento dei piloti e dei loro comandanti (JP-1). Gli ufficiali della IAF sanno benissimo che il sistema non è certo paragonabile a quello odierno in cui i singoli sottosistemi sono stati potenziati se non addirittura completamente riprogettati. I sottosistemi sono infatti modulari e integrati in una architettura altamente adattabile.

In genere, il sistema di interdizione aerea S-300 può impiegare 6 veicoli di lancio (e fino a 8 se il sistema di comando e controllo è il 30K6E) ma non necessariamente ognuno deve essere equipaggiato con radar separati di tipo 9S15M2, 9S15MT2E and 9S15MV2E perché possono fare rete con le risorse disponibili anche a una singola postazione. Ogni veicolo dotato di 4 tubi lanciamissili tipo I può venire connesso direttamente a un secondo veicolo di lancio con 2 missili tipo II (quindi 6 missili per battaglioni o divisione).

Quante batterie S-300 siano operative sul territorio Siriano o in grado di intervenire in difesa delle istallazioni Russo-Siriane nel caso di un attacco? Alcune immagini satellitari mostrano foto di un numero di batterie imprecisato scaricate da Tarsus di 16 veicoli. Assumento che l’informazione sia vera, anche se non sembra verosimile, è possibile gestire contemporaneamente fino a 36 (o 48) missili in un sistema cablato più altri 2 veicoli di lancio con 2x(2+4)=12 (o 16) missili se dispiegati all’interno dei 30-40 km o fino a 100 km (dipendentemente dal sistema anti-jamming impiegato e tipicamente almeno dalle versioni VM4). In tutto si hanno 48 (o 64) missili sotto lo stesso comando con una serie di sensori e radar che lavorano contemporaneamente e coordinatamente in una stringa lunga dai 30 ai possibili 100 km e che, teoricamente, non ha limiti di gestione e analisi dati.

A questi vanno aggiunti i missili in dotazione alle versioni navali che dovrebbero fornire altri 48 missili per unità navale, se non addirittura raddoppiare come nel casos dell’incrociatore da guerra della classe Kirov che comunque forniscono altri sistemi avanzati di difesa come il sistema S-350E. 

L’utilizzo della tecnologia missile-antimissile per la difesa nel medio-lungo periodo rappresenterebbe un errore. Missili da crociera a bassa osservabilità sono molto a basso costo. In genere si possono costruire facilmente missili con un rapporto fronte retro di -30 dB con circa 500 km di portata operativa per un costo da 30’000-100’000 USD. Questo tipo di unità a basso costo permetterà di organizzare attacchi coordinate in ondate successive con differenti tipologie di equipaggiamento che attualmente richiede un costo per abbatterle addirittura superiore perché la tecnologia necessaria per l’abbattimento si basa correntemente su sistemi anti-missili con caratteristiche superiori al missile lanciato e capacità di ingaggiare selettivamente differenti tipi di tipologie. Tuttavia la tecnologia laser è già dietro l’angolo e la mossa è già contemplata (K-1).

Brutte notizie per chi attacca

Possiamo concludere quindi che, se i sistemi riescono a rilevare velivoli a bassa osservabilità e virtualmente invisibili ad una distanza che varia tra i 100-300 km, come sembra essere, la base di Khmeimim (o Hmeimim) non può essere sopraffatta dai numeri anche se tutte le aviazioni alleate e locali l’attaccassero contemporaneamente con velivoli e missilistica.

In Siria, quindi, l’assalto non pagherebbe come in passato. Gli USA si troverebbero a combattere un il nemico letale, che non fa colpi di testa a nessun livello, superiormente addestrato e ben organizzato, motivatissimo nel medio-lungo periodo e, non ultimo, equipaggiato con tecnologie più avanzate in quasi tutti i comparti. Dove conta, i Russi potrebbero schierare truppe una generazione avanti in terra con i mezzi blindati (2 se si considera la generazione basata sul carro multiruolo Armata), una generazione in acqua con i sottomarini e navi di diverse classi (qui la storia diventa complessa da raccontare)  e 1.5 generazioni avanti in aria con la missilistica. Tutto questo senza contare l’efficienza della guerra elettronica. Nel lungo periodo, invece, la Russia può contare sulla ricerca in pratica a costo zero perché in mano allo stato. Esiste poi la possibilità non remota che la Russia possa decidere di far allora decollare i suoi SU-30SM “Flanker H” e SU-35S “Super-Flanker E” che sono sostanzialmente superiori a qualsiasi aeromobile della NATO, forse ad eccezione dei soli F-22 ma che se utili in caso di sorpresa (NI-2), sarebbero abbattuti in sciami nel dog-fighting.

Con queste premesse, un attacco su una base russa servirebbe solo a rimediare una sconfitta di proporzioni leggendarie della quale si narrerà per migliaia di anni (speriamo non soltanto nelle caverne del caucaso). E forse è questa la ragione per cui il Pentagono nicchia (o “micchia” a detta di altri) e gli Alleati sono silenziosi con la sola eccezione di Israele che ha fatto addirittura “la pace” inviando Netanyhau a Mosca (CP-1) obbediente al principio “Se hai 3 nemici, fai la pace col primo, la tregua col secondo per poter vincere il terzo”. Tuttavia applicando “Fai la tua mossa quando non se l’aspetta” (Sun Tsu), i Russi rivaleggiano con Maestri di millenni addietro (e non sfigurano né per risultati, né per statura morale).

Sfortunatamente gli Stati Uniti (almeno fino alla gestione Obama) sembrano adottare un “Sarai completamente in pace col tuo nemico quando morirete entrambi” (Khalil Gibran) ma forse al Pentagono non sono poi così incompetenti come ultimamente si è arrivati a pensare.

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La Siria al 2 novembre 2016. Ricostruzione di Agathocle de Syracuse. Possibilità di consultare la mappa attualizzata a questo link.

Già dai tempi della prima guerra del Golfo combattuta contro l’Iraq di Saddam Hussein, quella che viene comunemente riferita come una no-fly zone è, piuttosto, un’operazione di conquista in più fasi. Preliminarmente, un numero imprecisato ma opportuno di missili da crociera colpiscono le difese aeree nemiche. Dopodiché, una serie di bombardamenti più o meno mirati vengono lanciati per interrompere la catena di comando e di controllo delle forze nemiche che vedono quasi contemporaneamente distrutte le proprie basi aeree con i velivoli ancora a terra. Quindi segue una vera e propria campagna di bombardamenti durante la quale aerei d’attacco (multiruolo) e più tradizionali (caccia-)bombardieri prendono di mira le forze nemiche residue e le infrastrutture civili in modo da paralizzare nell’immediato la vita delle città. A questo punto, l’invasione di terra può cominciare, non si fa tanto per dire, sotto un cielo propizio.

L’attacco alle posizioni dell’esercito arabo siriano (SAA) a Deir ez-Zor in settembre, che secondo quanto riportato dal main stream dell’informazione sarebbe avvenuto per “errore” con tanto di “scuse” da parte di Samantha Power ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU (CNN-1), ha mostrato quale sia il reale interesse per l’istaurazione di una no-fly zone in Siria. Infatti, dopo soli 7 minuti dall’attacco, avvenuto sempre presumibilmente per errore (MOA-1AA-1), le forze dell’ISIS hanno immediatamente dato inizio ad una operazione ben coordinata contro le forze del SAA che, nonostante le ingenti perdite (circa 200 tra morti e feriti), ancora tentavano di tenere la posizione strategica del rilievo di al-Tharda che protegge il fianco della base aerea che dal 2011 resiste completamente isolata via terra. Un’oasi siriana in un oceano jihadista: colpito !

Instaurare, quindi, una no-fly zone significa dare il segnale di assalto a un paese “nemico”, appunto la Siria, che diversamente quanto hanno potuto vantare altri stati, può contare su un alleato fedele e di lunga data come la Russia. In Siria, le forze della Federazione Russa operano ufficialmente in due basi: l’una è l’ex centro logistico di Tartus dove, fino a qualche mese fa, operava prevalentemente personale civile e che recentemente è stata convertita nell’unica base navale permanente all’estero della Marina Russa (SN-1). L’altra infrastruttura militare di cui dispone la Russia su suolo siriano è la base aerea di Khmeimim (o Hmeimim) ancora nella regione di Latakia, punto di partenza dei raid diretti alle formazioni jihadiste e dei ribelli “moderati” (ufficialmente sostenuti, addestrati ed equipaggiati dal Pentagono, WP-1 and CV4A-1). Come è possibile quindi fare guerra alla Siria senza attaccare le basi russe?

Interrogato dal Sen. R.Wicker, un hillariano convinto della media ora, alcuni giorni addietro il generale americano J. Dunford chiariva che per controllare lo spazio aereo siriano bisognerebbe scendere in guerra con la Russia (RT-1), ma questo comporterebbe delle scelte che lui “non vuole prendere”. Verrebbe da ricordare che a Deir ez-Zor, quella scelta era stata fatta contro l’esercito siriano proprio dagli alti ottoni. E’ vanto di ogni buon generale, scegliere con cura il proprio nemico.

Nell’immaginario del Pentagono, comunque, andare in guerra contro la Russia in Siria non equivarrebbe a scendere in guerra con “i Rossi” nella loro totalità (CP-1). Bisogna ammettere che forse questo è, o meglio, potrebbe essere possibile. Dalle dichiarazioni raccolte si capisce che l’alto comando USA non si aspetta che la Russia risponda in modo generalizzato al bombardamento di una sua base su territorio straniero. Al Pentagono ci si aspetta, o almeno si spera, che la Russia sia condiscendente, quasi comprenda di “averla fatta grossa” e decida di fare un passo indietro e non consideri neanche di fare passi ulteriori verso l’escalation del conflitto che già è in essere per delega ma i cui sviluppi potrebbero portare a scontri ben più diretti e, si potrebbe aggiungere, di possibile illimitata pena per tutti.

Dal punto di vista della Russia, con una catena gerarchica solida, estremamente professionale in ogni suo anello, forse troppo umana (che sia questo a dare fiducia agli ufficiali del Pentagono?), il Presidente Putin con il Governo, il Parlamento e il Popolo Russo stesso sanno che l’alternativa al non rispondere ad una azione militare diretta sarebbe interpretata come una resa incondizionata. Tutti in Russia sono consci che questo è un segnale che la Russia non può dare. Ma le risposte potrebbero non avere un contenuto scontato.

Negli ultimi anni abbiamo avuto più volte dimostrazione della calma olimpica che la Russia mette in ogni sua mossa: quando la mossa seguente sembra certa e scontata, la diplomazia, i militari e l’establishment nella sua interezza, producono una risposta inaspettata. Questo rende la risposta deflagrante, inarrestabile. Per cui, i Russi, consci dell’importanza di diminuire la pressione sull’avversario per non esasperarlo e portarlo ad un suicidio che significherebbe l’annientamento della razza umana, forte della propria disciplina, potrebbe optare verso una serie di risposte limitate… proprio come sperano al Pentagono. I buoni generali sanno scegliere con cura i propri nemici. In pratica, gli USA sperano nel buonsenso russo, proprio perché loro ne sono privi.

Ma tutto questo continua a dipendere dall’entità del blitz in esame e dalle perdite (soprattutto umane) all’indomani della stessa. Proprio una eventuale azione a sorpresa contro le forze russe per mettere in condizioni di non operare la base aerea di Khmeimim bombardandone la pista di decollo potrebbe rappresentare l’opzione ideale e innescare una probabile reazione limitata da parte dei Russi.

Un tale scenario rappresenterebbe l’uscita dal tunnel dell’impero in decadenza USA (e della condanna perpetua a “consumatori privilegiati” dei paesi europei) che dopo 25 anni di attrazione unipolare irresistibile ha cominciato a collassare con accelerazione crescente. Allora, sarebbe certamente possibile dare inizio ad una guerra prolungata a bassa intensità che porterebbe giovamento al comparto USA degli armamenti, e più in generale a tutta la sua economia che si basa principalmente sullo stato di guerra (anche dei propri “Alleati”) e ciò aiuterebbe a giustificare la ricostituzione di una nuova Cortina di Ferro tra il blocco orientale (oramai molto orientale) e quello occidentale-fino-ai-confini-con-la-Russia. La nuova cortina non sarebbe certo rivolta a dividere i popoli, perché questi sono oramai consumatori globali, ma a permettere alle aziende americane di avere delle exclavi commerciali libere da eventuali competitors fuori dagli USA proprio in Europa.

Tuttavia, in Siria la minaccia più temibile per gli USA/Alleati, è rappresentato dal sistema russo integrato antiaereo/antimissile a medio-lungo raggio che, di fatto, nega l’accesso ai velivoli occidentali. Esiste quindi la possibilità che l’azione da intraprendere e la conseguente risposta russa non siano affatto di trascurabile entità. La base aerea di Khmeimim (e conseguentemente quella della marina a Tartus)  è protetta da un complesso e molto efficiente sistema di difesa stratificato basato sulla differenziazione delle minacce e la risposta proporzionale. Motivo per cui sono presenti e operativi sistemi Pantsir-S1 (SS-22 Greyhound) a corto raggio che forniscono potere di fuoco contro ogni tipo di attacco da terra e limitata difesa dall’aria. L’Osa-AKM (SA-8 Gecko), il S-125 Pechora-2M (SA-3 Goa) e il Buk-M2E (SA-17 Grizzly) che provvedono a una generalizzata protezione con missili terra-aria a medio raggio (forse il sistema Buk è addirittura il Buk-M3,  soprannominato dalla NATO beech). Quindi, l’S-200VE Vega (SA-5 Gammon) e l’S-400 Triumph che rende virtualmente impenetrabile la base da minacce anche “invisibili” (o sarebbe meglio specificare a bassa osservabilità, vedi F-22 e F-35, per varie ragioni non il B-2). Da tempo poi è già operativo il sistema S-300FM Fort-M (SA-N-20) terra-aria operato sugli incrociatori Moskva and Varyag che si si trovano vicino alla costa siriana e a cui, ultimamente, è stato affiancato il sistema da medio-lungo raggio S-300VM4 (a terra). Questi sistemi proteggono la base  fino ad una distanza di 400-600 km (anche di più in verità) da ogni tipo di attacco aereo/missilistico/balistico anche in presenza di decine di eventuali attaccanti. In verità, basandosi sulla disposizione delle forze nel quadrante, si potrebbe concludere che lo spazio aereo siriano è negato fino a qualche centinaio di velivoli e/o missili. Infine il sistema Krasukha-4 da guerra elettronica completa la difesa da terra schermando i sistemi da un eventuale attacco tecnologico-cibernetico e/o elettromagnetico. A questi vanno poi aggiunti i sistemi in volo che forniscono ridondanza e, in molti casi, migliore precisione e raggio d’azione.

Appare chiaro quindi che, un’eventuale azione, anche “a sorpresa”, non potrebbe essere limitata alla pista di decollo ma dovrebbe includere anche le difese aeree presenti in loco e questo produrrebbe quasi sicuramente conseguenti perdite umane da parte dei russi e, come effetto diretto e spiacevole, la pianificazione di una ritorsione ben più massiccia. Ammesso poi che l’azione a sorpresa riuscisse (e ciò può essere ritenuto altamente improbabile) e che si riuscisse a non procurare perdite in vite umane durante l’attacco alle basi, sfortunatamente per il comando USA vicino a Khmeimim esistono sistemi avanzati simili a quelli eventualmente distrutti che negherebbero l’accesso ai cieli siriani a ogni velivolo non autorizzato. Tali sistemi si troverebbero appunto nella base di Tartus e anche al largo di Latakia sulle navi da guerra della Marina Russa (che di fatto ne possiede i modelli più avanzati e più efficaci). Bombardare la flotta russa poi, risulterebbe, anche legalmente, un atto di aggressione chiaro ed inequivocabile. Per non parlare del fatto che questo aprirebbe anche il campo ad una ritorsione russa praticamente illimitata verso le navi avversarie e sulle basi USA (almeno) lungo tutti i confini della Federazione Russa. Anche recentemente, i fatti hanno dimostrato che allo stato attuale la capacità russa di rendere inservibili le navi della flotta USA è tecnologicamente ineguagliata (VN-1 e AT-1). 

Chiaramente a questo punto, diventa fondamentale capire fino a che punto siano pronti a spingersi i giocatori e quanto siano disposti a mettere sul tavolo. Lo scenario è ancora liquido ma fluisce in una ben determinata direzione che è chiaramente a favore dei Russi ma che però può cambiare repentinamente, forse anche per mancanza di volontà o “eccesso” di buon senso che servirebbe, forse, solo a nascondere un eventuale bluff americano dietro un paravento di pazzia (neocon?).

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